giovedì, giugno 14, 2007

Cominciare a cambiare la Politica significa cominciare a cambiare il vocabolario III


Stavo dicendo un paio di post fa, che Marx era anarchico. Nel senso che il punto d’arrivo del processo dialettico tra le classi e i rispettivi “rovesciamenti” cui vanno epocalmente incontro per via della dinamica dell’economia, è una società priva di sfruttamento, cioè anarchica (priva di classi sociali e di strutture di potere). Negli anni ’70, quando era di moda essere marxisti, ho conosciuto moltissimi che si aspettavano la rivoluzione da un momento all’altro. Che progettavano il loro futuro personale nella società socialista “libera dallo sfruttamento”. Oggi moti di questi, sono diventati di destra. Altri votano per l’ulivo. Altri ancora hanno “trovato dio”.

Il progetto politico, in quanto tale, ha bisogno di un fondamento, di qualcosa che sia stabile nel tempo, pur nel suo fluire. Marx aveva individuato tale sostanza nell’economia , intendendola come l’insieme delle attività che, direttamente o indirettamente, hanno a che fare con la sopravvivenza . Tutto il resto è conseguente, come l’analisi dei rapporti dialettici che oppongono gli sfruttatori e gli sfruttati, quando i primi si siano appropriati dei beni comuni.

Oggi parlare di marx puo avere ancora un senso se si tiene conto della sua volontà anarchica. Della “fine dell’economia” come orizzonte di sfruttamento e della fine della “storia” come storia di oppressione. Concetti aggiuntivi, quali “dittatura del proletariato” o “potere del partito” dovrebbero essere designificati, secondo me, considerando lo spessore anarchico di marx come la parte piu’ pregnante della sua filosofia militante. Bisogna essere revisionisti e molto decisamente,se si vuole rispolverare il marxismo. Bisogna soprattutto liberarlo di quell’afflato, quasi religioso, che sosteneva il suo materialismo, e cioè l’idea di una creatività umana tale da poter coniare una "scientificità della vita", che trascendesse gli individui e fosse il motore dell’evoluzione sociale.

Questa idea della scienza come dimostrazione del cammino evolutivo dell’uomo verso il “meglio” è il fondamento filosofico di tutta la dottrina di marx. Una specie di Dio. Il punto fermo su cui incentrare la propria prospettiva di liberazione e che rende “necessaria”(che è e non può non essere) in senso filosofico la “rivoluzione”. Io penso che quest’aspetto vada superato o meglio, proprio revisionato perché questa scientificità dell’uomo, se da un lato è espressione del suo potere creativo, dall’altro non ha significato un progresso della convivenza o un miglioramento ambientale. Viceversa, la capacità scientifica umana si è asservita al capitale e all’economia , esprimendo il “meglio” proprio nell’invenzione di armi di distruzione di massa che superano l’immaginazione.

Già E. Husserl aveva posto il problema, in un libro bellissimo e leggibilissimo che s’intitola “la crisi delle scienze europee e la filosofia trascendentale” di un nuovo “fondamento” che fosse l’orizzonte di esplicitazione del sapere scientifico nel senso di un reale progresso umano (sociale,civile ecc..), ed auspicava una presa di coscienza filosofica molto ampia che, dai primi del 900 quando lo scrisse, ad oggi, non è ancora avvenuta.

Oggi le istituzioni che hanno successo, sono ancora le chiese e le religioni. Quelle tradizionali, ma anche nuove chiese come scientology o i vari predicatori americani , che hanno moltissimo potere, cui la gente elargisce montagne di quattrini e che diventano, nelle “democrazie” occidentali centri di potere, perché gli adepti portano voti a questo o a quel candidato.

La verità è che la rivoluzione non è affatto “necessaria” come diceva marx. Non ci sono leggi sovraindividuali che supportino un cammino “già scritto” dalle leggi economiche. Queste ultime infatti sono autoreferenziali rispetto al potere che detiene le ricchezze e le gestisce, allargando l’oligarchia a coloro che nel sistema hanno mansioni “tecniche” ad elevato livello.

Cio’ che Marx ha trascurato , nella sua completa e lucidissima fenomenologia delle classi sociali e della natura umana di riferimento, è proprio la visione della “forma” storica delle classi. Egli, per esempio, quando parlava di “presa di coscienza” dell’operaio, pensava ancora all’operaio della prima rivoluzione industriale, in cui il funzionamento delle macchine (ancora non c’era la catena) diveniva comunque un’”arte” che richiedeva delle competenze tecniche. Di tali competenze, che costituivano un “sapere”, l’operaio era molto ma molto (talvolta totalmente) piu addentro del padrone della macchina, di colui che “ci aveva messo solo i soldi”. Da lì il potere contrattuale degli operai che, prendendo coscienza della loro validità, cominciavano il cammino rivoluzionario di riscatto.

Ecco che allora il capitalismo, che aveva capito il peso di questa illuminazione marxista, ha suddiviso i “potenti” , con un sacco di saperi sulla moneta, sulla finanza, sulla borsa, sull’industria e sulle armi, e a scendere, sui computer, sulle reti, sui motori ecc… dalla “forza lavoro” che sta negli uffici, fa il peones sui computer cone le solite 4 nozioni in croce o nei call center (a proposito dei call center si legga il grande post di An Nisa sull'alienazione contemporanea nei call center)o nelle fabbriche, nei campi o nelle miniere.

Cio’ che Marx non aveva previsto (ed è giusto cosi perché trattasi di filosofo e non di profeta) era che il capitalismo sottraesse all’uomo proprio la possibilità esistenziale di prendere coscienza. Con gli intrattenimenti, con le fiction televisive, cone la manipolazione del linguaggio, con la schiavitù dalla burocrazia e dalle merci, creando altre forme (per esempio globalizzandole, che è un'altra qualità) di convivenza economica e perpetuazione dello sfruttamento.

Come dice l’ottimo Carlo Gambescia, quando si pensa di abbattere un potere bisogna prevedere la sua capacità di riprodursi e alla stragrande maggioranza dell’uomo questa possibilità è preclusa perché la distanza culturale (cioè di saperi) che separa il potere dall’Uomo comune (anche occidentale e anche del ceto medio) è simile alla distanza tra il sapere sul limo del Nilo che possedevano misticamente i faraoni e i loro oligarchi, gli scribi, che lo sfruttavano a discapito di centinaia di migliaia di primitivi ignoranti.

(continua)

5 commenti:

orso ha detto...

ovvio che mi è nuova questa visione anarchica di marx, ma con le premesse che fai penso di poterlo intendere anche io...
bel post Cloro
un saluto libertario
orso

falecius ha detto...

Come puoi intuire il tuo Marx anarchico mi piace. Nel complesso, ottima analisi.
Una cosa che distingue marxismo dall'anarcosocialismo tradizionale (Bakunin, Kropotkin, Goodman, Malatesta) è il concetto di "unità dei fini e dei mezzi".

Stefano ha detto...

Questo post è un mattone

Anonimo ha detto...

Ottimo post.
Riscrivere una teoria marxista alla luce di due fattori sostanziali:
1) l'evoluzione del capitalismo
2) l'impossibilità della presa di coscienza delle masse
Ehm...
...
chi comincia?
Saluti
elexar
primaverasocialista.splinder.com

Cloroalclero ha detto...

xOrso & Falecio: bene. Il problema che volevo sviscerare va a parare in un luogo che non so ancora bene. Vedrò.
x Stefano: mi rendo conto...
x Primavera socialista: secondo me non c'è da riscrivere nulla, solo dare alle cose il giusto peso.