sabato, maggio 26, 2007

“Sull’educazione al razzismo e l’assassinio dei bambini” di Nurit Peled-Elhanan



Nurit Peled, professoressa ebrea israeliana, in un viaggio a Siena dell'anno scorso, parla di come i testi scolastici destinati agli studenti israeliani, contengano messaggi razzisti, tesi a perpetuare l'odio e preparare per il futuro umani che saranno macchine da guerra

Vorrei dedicare queste parole alla memoria dei bambini palestinesi assassinati giorno dopo giorno, a sangue freddo, non in seguito a errori umani ne’ a causa di errori della tecnologia - come ci spiegano nei media - ma conformemente alle procedure. Questi bambini del cui assassinio metodico e di routine nessuno e’ mai stato giudicato colpevole.
Vorrei dedicare queste parole alle madri di questi bambini assassinati, a loro che continuano a mettere al mondo figli e a fondare famiglie, che si affrettano a preparare panini vedendo i bulldozer avvicinarsi per distruggere le loro case, che accompagnano ogni giorno i bambini a scuola attraverso chilometri di distruzione e immondizie, davanti ai fucili puntati da soldati apatici; loro che sanno che questi soldati, assassini dei loro figli, non saranno mai portati davanti ad un tribunale e che, se anche accadesse, non sarebbero mai giudicati colpevoli, perché l’uccisione di bambini palestinesi non e’ un crimine nello stato di Israele, ebraico e democratico.
Infine vorrei dedicare queste parole alla memoria dello scrittore e poeta, il professor Izzat Ghazzawi, con cui ho avuto l’onore di condividere il Premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di pensiero. Qualche mese prima di morire di umiliazione, egli mi scriveva a proposito dei soldati che facevano irruzione di notte a casa sua, rompendo mobili e finestre, sporcando tutto, terrorizzando i bambini, “mi sembra che cerchino di far tacere la mia voce”. Izzat Ghazzawi mi ha chiesto di rivolgermi al Ministero degli Esteri per chiedere loro di correggere l’errore. Ma il suo cuore conosceva la verità ed ha cessato di battere poco tempo dopo.


Questa crudeltà che non si esprime a parole, questo modo organizzato, meditato, di maltrattare le persone, che i migliori cervelli israeliani oggi sono impegnati a pianificare e perfezionare, tutto ciò non e’ nato dal nulla. E’ il frutto di un’educazione fondamentale, intensiva, generale. I figli di Israele sono educati in un discorso razzista senza mezze misure.

Un discorso razzista che non si ferma ai check-point ma regola tutti i rapporti umani in questo paese. I figli di Israele sono educati in modo che considerino il male che, dalla fine dei loro studi, dovranno far passare da virtuale a concreto, come qualcosa di imposto dalla realtà nella quale sono chiamati a lavorare. I figli di Israele sono educati in modo che considerino le risoluzioni internazionali, le leggi e i comandamenti umani e divini, come parole vuote che non si applicano a noi. I figli di Israele non sanno che c’e’ un’occupazione.

Si parla loro di “popolamento”. Sulle carte dei manuali di geografia, i Territori occupati sono rappresentati come facenti parte di Israele o sono lasciati bianchi e indicati come “zone sprovviste di dati”, detto in altri termini, zone disabitate.
Nessun libro di geografia nello stato d’Israele offre delle carte con le frontiere dello stato, perché i figli d’Israele imparano che la vera entità geografica che ci appartiene, e’ l’entità’ mitica chiamata Terra d’Israele e che lo stato d’Israele ne e’ una piccola parte provvisoria.

I figli d’Israele imparano che nel loro paese ci sono ebrei e non-ebrei: un settore ebraico e un settore non-ebraico, un’agricoltura ebraica e un’agricoltura non-ebraica, delle città ebraiche e delle città non-ebraiche. Chi sono questi non-ebrei, cosa fanno? Che aspetto hanno? E’ importante? Quando non sono chiamati non-ebrei, tutti questi altri che sono
presenti nel paese, sono chiamati globalmente: “arabi”.

Per esempio, nel libro “Israele, l’uomo e lo spazio” (edito dal Centro per la Tecnologia dell’Educazione, 2002), si può leggere a pagina 12: “La popolazione araba […] All’interno di questo gruppo di popolazione, ci sono credenti di differenti religioni e di gruppi etnici diversi: musulmani, cristiani, drusi, beduini e circassi, ma poiché la maggior parte di loro e’
costituita da arabi, d’ora in poi noi daremo a questo gruppo il nome di arabi o di popolazione araba”.

Nello stesso libro, i palestinesi sono chiamati “lavoratori stranieri” e le loro vergognose condizioni di sussistenza sono, dice il libro, “caratteristiche dei paesi sottosviluppati”. I palestinesi, che siano cittadini di Israele o che vivano nei Territori occupati, non sono
presentati in nessun testo scolastico come persone moderne, di città, occupate in lavori produttivi o prestigiosi o in attività positive. Essi non hanno volto. Sono rappresentati da immagini stereotipate: gli arabi cittadini di Israele, a cui si da’ l’appellativo sminuente di “arabi israeliani”, sono rappresentati sia da caricature razziste dell’arabo versione “Mille e una notte”, con baffi e kefia, scarpe a punta da clown e un cammello al seguito (Geografia della terra d’Israele, 2002), sia dalla foto razzista tipica della rappresentazione del terzo mondo in occidente - il contadino pre-tecnologico, che cammina dietro un aratro primitivo tirato da un paio di buoi (Le persone e lo spazio, 1998).

I palestinesi che abitano nei Territori sono rappresentati da foto di terroristi mascherati (Il ventesimo secolo / Tempi moderni II) o da branchi di rifugiati che vagano scalzi senza meta, con delle valigie sulla testa (Viaggio verso il passato, 2001). Questi stereotipi nei manuali scolastici sono definiti “incubo demografico”, “minaccia alla sicurezza”, “peso per lo sviluppo” o “problema che deve trovare una soluzione”.

Benché le zone palestinesi non siano indicate sulle carte, l’Autorità’ Palestinese e’ un nemico. Per esempio, nel libro “Geografia della terra d’Israele”, del 2002, si trova un sottocapitolo intitolato “L’Autorità’ Palestinese ruba l’acqua ad Israele a Ramallah”. Ma soprattutto il razzismo riesce ad esprimersi in libri ritenuti non razzisti e che forse ignorano il discorso razzista che trasmettono.

Testi qualificati da alcuni ricercatori come “progressisti, audaci, politicamente corretti”, testi volti alla “verità storica” e alla pace. Per esempio: Il ventesimo secolo, di Elie Barnavi, pagina 244: “Capitolo 32: i Palestinesi, da rifugiati a una nazione. Questo capitolo esamina lo sviluppo del problema palestinese […]
e gli atteggiamenti, nell’opinione pubblica israeliana, riguardo a questo problema e alla natura della sua soluzione”. Se mi si dicesse che questo titolo viene da altrove, che c’e’ da poco più di 60 anni e che invece del problema palestinese, si tratta del “problema ebraico”, io non mi sorprenderei.

Come si e’ creato questo problema? Tempi moderni II, di Elie Barnavi e Eyal Naveh, spiega: pagina 238: “E’ nella povertà, nell’inoperosità’ e nella frustrazione, in cui vivevano i rifugiati nei loro miserabili campi, che e’ maturato ‘il problema palestinese”.
Cosa causa questo problema? Pagina 239: “Il problema palestinese avvelena, da oltre una generazione, le relazioni di Israele con il mondo arabo e con la comunità internazionale”. Secondo questo testo, l’identità’ dei palestinesi e’ fondata sul “sogno del ritorno nella terra di Israele” e non in Palestina (pagina 238: “I palestinesi… hanno fondato la loro identità sul sogno del ritorno nella terra di Israele”).
Come si e’ creato il nazionalismo palestinese? Tempi moderni II: “Col passare degli anni, l’alienazione e l’odio, la propaganda e le speranze di tornare e di vendicarsi hanno fatto dei rifugiati una nazione […]”. Il libro spiega anche che la presenza dei palestinesi tra noi può “trasformare il sogno sionista in incubo versione Sudafrica” (Il ventesimo secolo, pagina 249).

Queste affermazioni sono state scritte dopo la vittoria di Nelson Mandela, ma il libro identifica di fatto gli ebrei dello stato d’Israele con i bianchi del Sudafrica per i quali la popolazione indigena e’ un incubo. L’assassinio di palestinesi da parte degli israeliani ha sempre ripercussioni positive, secondo questi testi pedagogici: Tempi moderni, Elie
Barnavi e Eyal Naveh, pagina 228: “Il massacro di Deir Yassin in effetti non ha inaugurato la fuga di massa degli arabi dal paese, che era iniziata prima, ma l’annuncio del massacro l’ha fortemente accelerata”. “Inaugurato” e’ una parola di festa. E subito dopo a pagina 230: “La fuga degli arabi ha risolto, almeno in parte, un terrificante problema demografico, e persino un moderato come Haim Weizman ha parlato a questo proposito di ‘miracolo’”.

E’ così che i figli d’Israele imparano che e’ un paese senza arabi – la realizzazione dell’ideale sionista. Imparano che uccidere palestinesi, distruggere le loro terre, assassinare i loro figli non e’ un crimine, al contrario: tutto il mondo illuminato ha paura del ventre musulmano ed ogni partito al potere che vuol vincere le elezioni e dimostrare il suo impegno per il sionismo o la democrazia o il progresso, fa la sorpresa, alla vigilia delle elezioni, di un’operazione dimostrativa di uccisione di palestinesi.

E ciò a dispetto del fatto che le scuole ebraiche nello stato d’Israele siano piene di slogan che dicono “di amare l’altro e di accettare chi e’ diverso”. Apparentemente, l’altro, colui che e’ diverso, non e’ chi vive nell’ambiente dove viviamo noi.

I figli d’Israele ne sanno di più sull’Europa - patria della fantasia e ideale dei dirigenti del paese - che sul Medio Oriente dove vivono e che e’ il focolare originario di più della metà della popolazione israeliana. I bambini ebrei, nello stato d’Israele, sono educati a dei valori umani di cui non vedono nessuna concretizzazione attorno a loro. Al contrario. Dappertutto assistono alla violazione di questi valori. Una studentessa che si definiva come “un’abitante di Tel Aviv, favorita, appartenente alla classe media”, testimonia così di questa confusione quando si meravigliava del fatto che “dei soldati del mio popolo, che mi proteggono e vogliono la mia sicurezza” maltrattano, senza battere ciglio, un padre palestinese e suo figlio (”Haaretz”, 13 marzo 2006). In questo contesto, l’espressione “dei
soldati del mio popolo, che mi proteggono e vogliono la mia sicurezza” e’ quel che esprime meglio l’ideologia dei razzisti: maltrattare l’altro e’ interpretato come difesa di quelli della nostra parte. Questa violenza fatta all’altro e’ quel che ci definisce e crea una solidarietà: noi li maltrattiamo, segno che siamo un popolo unito, e tutti responsabili gli uni degli altri.

Chi sono questi che lei dice “del mio popolo”? La parola “popolo”, come la parola “noi”, e’ una delle parole più pesanti che ci siano. E’ una parola che si presenta come se non lasciasse scelta, come un colpo del destino, un fatto naturale. La morte ci ha obbligato, la mia famiglia ed io, a scrutare questa parola in profondità.
Quando, qualche anno fa, una giornalista mi ha chiesto come potevo accogliere parole di consolazione provenienti dall’altra parte, io le ho immediatamente risposto che non ero pronta ad accogliere parole di consolazione proveniente dall’altra parte; la prova: quando Ehud Olmert, il sindaco di Gerusalemme, e’ venuto a porgermi le sue condoglianze, sono
uscita dalla stanza ed ho rifiutato di stringergli la mano o di parlargli.
Per me, l’altra parte e’ lui e i suoi simili. E questo perché il mio “noi” per me non si definisce in termini nazionalisti o razzisti. Il mio “noi” per me e’ composto da tutti quelli che sono pronti a lottare per preservare la vita e per salvare dei figli dalla morte. Da madri e padri che non vedono una consolazione nell’omicidio dei figli degli altri.

E’ vero che là dove noi siamo, questa parte conta più palestinesi che ebrei, perché sono loro che tentano ad ogni costo - e con una forza che non mi e’ familiare ma che non posso che ammirare - di continuare a condurre un’esistenza nelle condizioni infernali che il regime dell’occupazione e la democrazia israeliana impongono loro.

Tuttavia, anche per noi, vittime ebree dell’occupazione, che cerchiamo di liberarci della cultura della forza e
della distruzione nella guerra di civiltà
che si porta avanti in questi luoghi, anche per noi c’e’ posto qui.

Mio figlio Elik e’ membro di un nuovo movimento fiorito sotto il nome di “Combattenti per la pace” e i cui membri sono israeliani e palestinesi che sono stati soldati combattenti e che hanno deciso di fondare un movimento di resistenza nonviolenta all’occupazione. La mia famiglia e’ membro del Forum delle famiglie israeliane e palestinesi colpite da lutti e impegnate per la pace. Mio figlio Guy fa teatro con amici israeliani e palestinesi che si
considerano persone che vivono nello stesso luogo e che cercano di liberarsi da una vita tutta decisa, di malvagità e razzismo, che non e’ la loro.

E mio figlio più giovane Yigal fa ogni anno un campo estivo della pace dove ragazzi ebrei e ragazzi palestinesi si divertono insieme e creano legami solidi che si mantengono durante l’anno. Sono questi ragazzi il suo “noi” per lui.

E questo perché noi siamo una parte della popolazione che vive in questo luogo e perché noi crediamo che questa terra appartenga ai suoi abitanti e non a persone che vivono in Europa o in America. Noi crediamo che e’ impossibile vivere in pace senza vivere negli stessi luoghi, con chi vi abita. Che una fraternità reale non si stabilisce su criteri nazionalisti e razzisti ma su una vita comune in un determinato luogo, in un determinato
paesaggio e su sfide affrontate in comune. Che chi non supera le frontiere della razza e della religione e non si integra tra le persone del paese dove e’ nato non e’ un uomo di pace.

Purtroppo ci sono molti qui che si dicono persone di pace ma che, vedendo persone che vivono qui imprigionate in ghetti e recinti il cui scopo e’ affamarli fino alla morte, non protestano e inviano anche i loro figli a servire nell’esercito di occupazione, a fare le sentinelle sui muri del ghetto e alle sue porte.

Io non sono una donna politica ma e’ chiaro per me che i politici di oggi sono gli studenti di ieri e che i politici di domani sono gli studenti di oggi. E’ per questo che mi sembra che chi fa della pace e dell’uguaglianza il suo motto deve interessarsi all’educazione, esplorarla, criticarla, protestare contro la diffusione del razzismo nel discorso pedagogico e nel
discorso sociale, proporre delle leggi o riattivare delle leggi contro un insegnamento razzista e stabilire dei programmi alternativi dove si offra una conoscenza reale, profonda dell’altro, sbarrando ogni possibilità di uccidersi reciprocamente.

Un insegnamento del genere dovrebbe mettere davanti agli occhi le immagini delle bambine, stese con le loro uniformi scolastiche, nella sporcizia, nel sangue e nella polvere, i loro piccoli corpi crivellati dai proiettili sparati secondo le procedure, e porre, giorno dopo giorno, ora dopo ora, la domanda posta da Anna Achmatova che, anche lei, aveva perduto suo figlio in un regime assassino: “Perché questo solco di sangue strazia il fiore della tua guancia?”.

Nurit Peled-Elhanan e’ la figlia di Gal Peled, consigliere di Rabin a Oslo; nel 1994 sua figlia e’ morta in seguito ad un attentato contro un autobus a Gerusalemme; docente universitaria di Linguaggio ed educazione, e’ insegnante, traduttrice, scrittrice e madre israeliana; e’ fortemente impegnata per la pace tra Israele e Palestina; nel 2001 ha ricevuto dal Parlamento europeo il Premio Sakharov per i diritti umani.

da Hawiyya.org

27 commenti:

korsaro ha detto...

Questa storia non la conoscevo grazie


tieni se non hai ancora letto
http://blog.mrwebmaster.it/falstaffblog/41633/condannato_il_giudice_tosti.html

felice domenica

supramonte ha detto...

mi ricordano lontanamente i libri di testo delle scuole palestinesi, invero molto più truculanri. quando entrambi i contendenti decideranno di lasciare in pace i bambini senza indottrinarli e farne dei mostri come sono loro?

Dacia Valent ha detto...

fico surpamonte.
dimmi quante scuole palestinesi esistono nei territori occupati, e quando i ragazzini palestinesi hanno il tempo di formarsi sui libri dell'odio, tra le perquisizioni, i check point, gli sgomberi, gli arresti di massa nelle superiori, quando queste scuole non vengono murate o bombardate.
magari i libri di testo pieni di odio i bambini palestinesi li leggono in carcere dove - secondo alcuni - si fanno rinchiudere per meglio preparare gli esami di maturità.
ma finiscila, su.
dacia valent

Dacia Valent ha detto...

ah, dimenticavo. e anche se fosse che davvero esistono i libri dell'odio per i ragazzini palestinesi, mi spieghi come si accorda la teoria "dell'isola di democrazia" con il sistema educativo israeliano? no, sai, giusto per capire.
dacia valent

mario ha detto...

La testimonianza di cui parli ci induce a sperare che non tutti si accontentino della "omologazione" delle coscienze nell'orrore.
Questo percorso nell'odio ha portato a quello che tu descrivi.Quello che non mi consola è l'immagine di quei ragazzini palestinesi che venivano intervistati, qualche tempo fa, sulla loro disponibilità al martirio.
La differenza, in questo caso, la fanno le modalità in cui si fornisce informazione su questo modo di preparare le generazioni future a "convivere".Su quei ragazzini palestinesi e sul modo in cui uno stronzo li manipolava ne hanno parlato in mezzo mondo, su quello di cui tu ci informi forse tra di noi.
Un saluto
Mario

Furio Detti ha detto...

fino a che punto educare all'odio i propri figli davanti all'aggressione altrui (israeliana o palestinese) è patriottismo e quando diventa propaganda razzista?

una domanda la cui risposta è assai difficile.

Sir Percy Blakeney ha detto...

Solite storie, sara una prof cacciata da una scuola per manifesta ignoranza che ora inventa, un po come quell' austriaco anch'esso sbattuto fuori da ogni luogo... che si SPACCIAVA per Rabbino... duole vedere che sia stato sprecato denaro pubblico per ospitare tali mentecatti.

Per la formazione palestinese penso vadano al poligono i bambini, visto l'amore che i genitori trasmettono verso il prossimo.. tanto sono sponsored By alqueda.

Anche in questo caso duole vedere queste innocenti creature causa irresponsabilita e vigliaccheria degli stessi genitori, divenire piccoli terroristi sacrificabili al dio denaro..

Furio Detti ha detto...

sai che c'è... prego che gli Israeliani siano tanto fortunati da non somigliarti, sir percy.

perché davvero con la simpatia, l'acutezza e l'intelligente equilibrio delle tue osservazioni spingeresti il più mite agnellino a iscriversi nelle SS e diventare sentitamente e radicalmente antisemita.

io cerco ancora di conservare la ragione e mi limito a osservare che stai insultando vigliaccamente una persona davanti alla quale dovresti come minimo chinare il capo per rispetto e pudore.

e non perché sia ebrea o si sia vista saltare la figlia su un pulmann, no semplicemente perché NONOSTANTE questo riesce ancora a vedere anche il marcio che sta dalla sua parte.

o credi di risolvere ogni discussione dando d'ufficio del mentecatto a chiunque non abbia la bandiera israeliana appesa a ogni finestra?

proprio non hai pudore. scusa ma te lo devo dire.

elisa ha detto...

lui da del mentecatto anche a chi la bandiera israeliana c'è l'ha appesa alla finestra ma che non è d'accordo con le sue "illuminate idee"

Furio Detti ha detto...

c'è una sola cosa su cui non sono d'accordo con la professoressa Pered Elhanan:

---------
discorso sociale, proporre delle leggi o riattivare delle leggi contro un insegnamento razzista
--------------

la verità e la giustizia non si impongono con leggi liberticide ma con una reale educazione al pensiero critico e alla discussione.

sin troppe leggi contro libri, professori e pensieri ha visto il mondo e tutte hanno provocato la mostruosità che desideravano combattere: roghi di libri, carriere stroncate, minacce e oppressione della libertà di espressione che include e deve necessariamente includere, pena il suo stesso tradimento, dall'insegnamento più nobile al più cretino delirio razzista.

@sir percy: questo non mi impedisce di criticare i tuoi deliri, ma ovviamente neppure se potessi oserei metterti a tacere, nonostante quello che dici.

supramonte ha detto...

fica dacia valent,
considerando che la palestina è uno dei tuoi campi di interessi mi aspettavo che fossi un poco più preparata. eccoti un link non sospetto di connivenze sioniste:
http://www.aprileperlasinistra.it/aprilerivista/articolo.asp?ID=267&n=100

nel caso decidessi di saperne di più, google è alla portata di tutti ed è di facile uso.

Cloroalclero ha detto...

x Elisa: "illuminate idee"
cazzo a leggere SPB devi mettere gli okkiali da sole

Dacia Valent ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
dacia ha detto...

Supramonte,
se io scrivo "fico supramonte" la cosa è normalina, ma se tu scrivi "fica dacia valent" la cosa invece ha un sapore involontariamente sessista, ne convieni?

vedi scrivere è un esercizio che presuppone che lo scrittore si renda conto di ciò che trasmette ai suoi lettori.

anche leggere mi sembra sia un po' lontanino dalla tua portata, visto che il link che mi fornisci è molto ma molto contrario a quanto tu sostieni.

ora, vediamo, non sai né scrivere, né leggere. permetterai che io sia stupita di stare interloquendo con cotale esempio di spreco di banda?

ciao, Dacia Valent

Anonimo ha detto...

Quanta fica ....

Strayker

supramonte ha detto...

cara dacia,

le conclusioni del'articolo erano più fini di quello che vorresti credere, e in linea con quanto detto sopra. comunque internet è un luogo vasto e potrai trovare anche tu materiale di migliore qualità.

hai detto bene dacia, involontariamente sessista. in realtà ti facevo semplicemente il verso. accuse di sessismo sono da rivolgere altrove, nonostante sperticati tentativi di difesa.

io la chudo qui, non vorrei andare off topic. evidentemente abbiamo entrambi in mente altri argomenti di conversazione.

dacia ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
dacia ha detto...

Caro Supramonte,

non so perché, ma ci avrei scommesso che avresti "chiuso qui". Io invece no, perché le conclusioni delle quali tu parli non sono "più fini" nel senso che voresti tu.

No, bimbo bello, la conclusione è che tutta la storia dei libri che educherebbero all'odio i bambini palestinesi sono una bufala, creata ad arte dai soliti "nonsocosa", che strumentalizzano un dato fornito dal Center for Monitoring the Impact of Peace che cita come esempio di assenza di incitamento allo sterminio il fatto che un cenno all'annientamento di Israele si può trovare solo in una vecchia antologia, risalente al 1964, comuqnue mai più utilizzata per l'insegnamento.

Ora, se ti va di chiuderla qui non è per i motivi che hai presentato a pretesto, bensì perché hai smarronato. Ammettilo, che mica ti diventa più piccolo, l'elenco di estimatori.

Non so te, ma io sono multitasking, riesco a fare e pensare anche a più di una cosa in the meanwhile. Mi fa specie che tu ammetta di non riuscirci. Solo ricordati, Supramonte, che la cialtroneria è uno state of mind, e che tu rischi di diventarne la capitale.

Dacia Valent

Cloroalclero ha detto...

GREAT!!!

Anonimo ha detto...

Israeliani siano tanto fortunati da non somigliarti, sir percy.

perché davvero con la simpatia, l'acutezza e l'intelligente equilibrio delle tue osservazioni spingeresti il più mite agnellino a iscriversi nelle SS

:-D ))) L O L

Chaim ha detto...

E ti pareva! Perché non ci racconti quello che si insegna nelle scuole dei preti di Hamas? Raccontaci ancora dei Protocolli, dài!

Cloroalclero ha detto...

ci racconti quello che si insegna nelle scuole dei preti di Hamas? Raccontaci ancora dei Protocolli, dài!


problemi?

Furio Detti ha detto...

Chaim, una canzone cantava "la verità ti fa male lo so.....".

per farci raccontare le prodezze di Hamas abbiamo le testate Corriere della Sera, Libero, Repubblica, L'Espresso, La Stampa, La Nazione, Il Tirreno, tutti gli amici in Parlamento (certo accompagnati dagli amici dei palestinesi, quando non sono davanti alle telecamere e ai microfoni "rispettabili" a rimangiarsi quello che promettono agli elettori), il cinema, la radio.....

direi che c'è parecchia sovraesposizione.

scusa per le voci fuori dal coro.

abbassiamo il volume. se ce lo chiedi tu.

ciao.

Sir Percy Blakeney ha detto...

@Elisa:Continui il tuo ragionamento da Kapo, lekkaculismo con il quale se permetti non desidero confrontarmi.
Il rispetto lo hai venduto per un piatto di lenticchie, ora mangiatele.

@Furiodetti:Quando avrai i parenti,coinvolti sotto i missili ne parliamo ora continua a filosofeggiare...

@Tutti:Cazzo, Israele ha senso di esistere come lo ha l'Italia.. altrimenti vorrei leggere che allora Garibaldi era un mercenario ai soldo di quegli imperialisti dei Savoia... restituiamo le terre ai borboni... e non credo che lo vedro mai scritto.. nonostante l'unita d'Italia sia finita nel 1918.. (ieri).Altrimenti se non leggo questa coerenza e solo antisemitismo nascosto dal solito antisionismo... a cui qualche idiota ebreo od ebrea partecipa...

Anonimo ha detto...

La Palestina è stata invasa dagli ebrei come l'Italia è stata invasa.......dagli italiani.
Il ragionamento fila perfettamente!

R.

g.r ha detto...

ottimo pezzo Cloro,
lo segnaleremo certamente dalle nostre parti.

Furio Detti ha detto...

@Furiodetti:Quando avrai i parenti,coinvolti sotto i missili ne parliamo ora continua a filosofeggiare...

@SPB: scusa, mi spieghi dove hai preso l'albero genealogico della famiglia Detti? perché se non lo hai in un cassetto (e non lo caci fuori) devo dedurne che della sorte dei miei parenti non sai una benemerita ceppa (a parte quello che ti ho raccontato dei miei nonni). e chi non sa, farebbe bene a tacere.

per quello che sai di me infatti potrei avere un cugino a Tel Aviv.... o viceversa a Gaza.

ma il punto non è questo: la parentela non cambia la logica e la realtà. e il caso della Peled-Elhann lo dimostra, o vogliamo dire che sua figlia non è esplosa in un attentato?

ciao.