domenica, maggio 06, 2007

Luana e l'anarchia

Ricevo questa mail da Luana87 che mi kiede di pubblicarla.

E siccome l’ho letta e mi è parsa bella, ho detto: perché no ?*

*La paragrafazione è mia perché non sopporto il testo tutto addossato. Inoltre ho edulcorato le espressioni più krude perché qui dentro le parolacce le dico soltanto io. Tenetene conto.




Cara Cloro, sono Luana, ho 20 anni.
Ti scrivo per farti i complimenti per i tuoi post, a me piacciono tutti, proprio tutti. Non ce n’è uno che ho saltato, perché mi piacciono le tue idee.
Volevo dirti che anch’io io credo nell’anarchia, che penso che sia una cosa possibile. Basterebbe che tutti si rilassassero. In fondo a tutti converrebbe l’anarchia, perché nei principi, essa significa che tu rinunci a prevaricare il prossimo e il prossimo rinuncia prevaricare te. E’ alla pari.

L’anarchia si può’ perché la gente che è povera è la maggioranza. Gli affamati, gli oppressi e, qui da noi , i perseguitati (dalla polizia, dai vigili, dalle banche, dal comune) sono tanti, basterebbe solo, come dice Piero Ricca, tirare su la testa , che non vuol dire “andare a sparare” agli altri, ma coinvolgerci e immaginare, tutti insieme, che un mondo meno stronzo è possibile.

Vedi Cloro: Quando penso all’anarchia, penso al mio ragazzo. Lui ha 3 anni meno di me (veramente ne porta di più, non è che è un ragazzino eh) e ha un sacco di difetti. Poi magari cambierà perché tutti cambiamo, ma è davvero pieno di difetti. Cosi tanti che non riesco neanche a elencarli.
Però ha un pregio: quando mi elargisce le quintalate di augello, lui è generoso e affettuoso e passionale. Insomma me lo fa vedere che gli piaccio, è una certezza, come che i felini sono più’ numerosi dei gatti. Me lo dà in tutte le maniere e riesce a farmi godere un sacco di volte, tanto che perdo il conto e non capisco più’ niente. Non ho avuto molte esperienze, data la mia giovane età, ma devo dire che questa è davvero speciale.

Quello che mi piace di lui è che è davvero democratico a letto, anzi direi “anarchico”. Eh sì, perché lui considera che in quel momento lì, io sono una femmina e lui è un maschio, basta, e all’interno di questi ruoli ognuno deve sentirsi libero di fare quello che vuole, di esprimersi come vuole, non è che una deve sentirsi condizionato da quello che pensa che quell’altro voglia. Il suo modo di "farlo" fa sentire liberi. Uno fa col corpo dell’ altro quello che vuole e il corpo dell'altro ci sta, perchè sa che il godimento del partner sarà il suo stesso, con il tempo allargato o reso frenetico da un’azione, come si vuole, senza restrizioni, in uno spazio illimitato di libertà. Senza obiettivi da raggiungere se non lo “stare bene con se stessi” e con l’altro. A me piace molto e rispecchia il mio ideale di società.

Perché se il mio ragazzo da maschio dice (ed è vero) “ a me piace far godere una donna” non c’è altro da fare, non è complicato, non bisogna lavorarci sopra o “progettare” : tutto viene fluido, naturale, come un bel sogno e quando realizzi che è la realtà, devo dire, è un bel realizzare.

Ecco : io la vedo così l’anarchia. Una dimensione spazio/tempo collettiva in cui ognuno è libero di godere e dove gli altri sanno che far godere qualcuno è godere essi stessi. Il mio ragazzo non lo sa, ma è una bella metafora dell’anarchia, quando fa l’amore.

Ciao, continua con il tuo bellissimo blog. Un abbraccio.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Cara Luana, se il tuo ragazzo continuerà a restare democratico anche quando avrai avuto la possibilità e la ricchezza di fluidificare animalmente con altri augelli, allora la strada per la fine delle prevaricazioni sarà quasi percorsa...
Con stima
Strayker

elisa ha detto...

O beh, io forse non sarò anarchica ma questo concetto di anarchia mi piace proprio :))

Cloroalclero ha detto...

Mi sembra importante, su questi argomenti, leggere la magistrale Dacia * (di un anno fa: mò è filosemisionista;-) quindi non so se rispecchia ancora le sue idee, che cmq condivido in toto.

*è lungo, ma merita


[Frine, Messalina, Lorena Bobbit e le altre| giovedì, 16 marzo 2006 | 11:22 ]
Proviamo a confrontarci semi-seriamente, su, sulla questione delle donne, del sesso e della religione, o degli effetti che il nostro darla o non darla ha su di essa, qualsiasi essa sia, e delle cose in comune che abbiamo o che non abbiamo, a prescindere dal nostro credere, dal nostro non credere o dall’essere noncuranti sulle questioni della fede.

Perché, possiamo dibattere quanto volete, tentando di addebitare i nostri guai e le discriminazioni a questioni di credo religioso o di latitudine, ma la questione è sempre comicamente ancorata ad un unico confronto: quello tra una gestione maschile della società globale, alla quale noi donne, in maniera diversa ma sempre subordinata, partecipiamo come comparse, a volte in ordine sparso ed altre irreggimentate sotto l’egida delle “quote rosa”.

Nella stessa maniera in cui determinati comportamenti vengono imposti per tradizione, altri vengono inculcati dalla modernizzazione. Ma la sostanza non cambia: noi, donne, subiamo in entrambi i casi le impostazioni maschili dei meccanismi politici, sociali, economici e culturali. La richiesta di parità ed uguaglianza viene troppo spesso confusa con il mero livellamento alla condizione maschile.

Un esempio calzante è quello della “vittoria” del movimento delle donne con l’accesso ai ranghi nelle forze armate. In teoria avrebbe anche un senso: ogni istituzione dello stato deve rispecchiare la composizione del paese, e quindi delle forze armate senza donne, alla fine della fiera, sarebbero una forzatura dal punto di vista del godimento dei diritti civili.

In realtà - ma si sa, io sono una pasdaran alla “no pasaràn” – io avrei percepito come una vera vittoria l’uscita degli uomini dall'esercito e dagli eserciti.

Credo fermamente che noi donne abbiamo un grave problema di autostima. Siamo state cresciute così, e le nostre figlie le cresciamo nella stessa maniera. Non mi spiego per quale motivo, visto che siamo la maggioranza numerica in Italia (e nel mondo in generale), il mondo non sia governato da noi e che il dibattito non sia incentrato su eventuali "quote azzurre". Il dato di fatto è evidente: nella pratica, la maggioranza della popolazione esprime un numero desolatamente basso di rappresentanti istituzionali.

Quello che mi sembra – però – davvero surreale, è che il confronto si sviluppi su questo livello. Ritengo che imburqare una sorella equivalga esattamente a far dimenare la stessa sorella seminuda su un cubo: si tratta della messa in opera di un’azione gravemente destrutturante sia socialmente sia culturalmente.


La riduzione del corpo, dei nostri corpi, a semplice strumento dell’eccitazione maschile. In un caso saremmo un disturbo e nel secondo un incentivo. Ma, alla fine della fiera, il nostro corpo, quello che contiene pensieri, sogni, anima e desideri, smette di appartenere a noi per diventare parte non più della sceneggiatura ma della scenografia.

Abbiamo smesso – noi donne - di essere persone, sia per i musulmani sia per i cristiani ed ebrei, sia per gli occidentali sia per gli orientali, sia per il Nord sia per il Sud. Siamo un semplice terreno di scontro. Lo sono i nostri fianchi, il nostro utero, la nostra vagina, e - a volte, quando ricordiamo di averne uno - il nostro cervello.

Ho come l'impressione, e correggetemi se erro, che gli uomini in generale non vogliano coscientemente sottomettere - a vario titolo e con i più svariati metodi - le donne, ma che siano affetti da una fastidiosissima forma di invidia della vulva, che li porta a desiderare di possedere la figa in quanto archetipo ancestrale. Non una figa, ma "la figa", la summa vaginale.

Penso che sia per questo che cercano di accoppiarsi con tutte le vulvomunite, quale che sia la loro qualità estetica, o nella peggiore delle ipotesi, in caso contrario, di accoparle: è una specie di dovere morale, di imperativo categorico (il sollen kantiano), ma soprattutto è per questo che non riescono nemmeno a concepire non dico di cedere, ma quantomeno condividere, il potere con noi.

Sono arrivata alla conclusione che secondo l’uomo maschio, noi ragazze - generalmente - desideriamo una persona, non semplicemente un cazzo. Forse è per questo che c'è incomprensione.

Beh, allora vi consiglio di andarci piano con le generalizzazioni, please. "Noi" ragazze non vuol dire nulla. "Io" (e con me un'infinità di altre) desidero una persona come compagno di vita - ce l'ho, a scanso di equivoci anche se leggermente indisponibile per il momento - e anche "il cazzo" (non necessariamente della stessa persona, anche se lo prediligo) come archetipo, summa mentulæ, come cazzo vi pare, basta che ce ne sia tanto e buono.

Invece, siamo costrette a sublimare le nostre di voglie dietro il più rassicurante (per gli uomini, naturalmente) paravento dell’impegno, del matrimonio, del sesso fatto per amore e non per vizio, o per vezzo, o magari della libertà sessuale tout court, che però il più delle volte coincide solo con il darla indiscriminatamente, per i motivi sbagliati alle persone sbagliate.

La vulgata secondo cui le donne brave non farebbero “sesso” bensì “all’amore” è un’evidente leggenda metropolitana, divulgata da uomini interessati a mantenere circoscritto il nostro diritto alla condivisione del nostro apparato genitale alle sole categorie della “femmina liberata” o della “femmina modesta”. Da questi gruppi di regola i fondamentalisti del pene, questi integralisti del cazzo, escludono precise categorie (le mamme, le sorelle, le figlie, le mogli).


Detta in altri termini, siamo titolate a farci sparare, a scaricare un container, ad essere titolari di una cattedra, ma non a disporre liberamente del nostro corpo, nelle forme in cui riteniamo più congruamente godereccio farlo.

Per esempio, per alcuni indegni rappresentanti della cosiddetta civiltà giudaico-cristiana la donna deve poter disporre del proprio corpo per quanto riguarda la garanzia del loro accesso illimitato alle vagine, ma non dovrebbe poterlo fare nel caso decidesse di abortire o di farsi fecondare in maniera alternativa al su e giù tradizionale.

Per altri, altrettanto indegni, rappresentanti della civiltà musulmana, è necessaria l’imposizione di un “dress code” che li ponga al riparo da stimoli sessuali sgraditi: chiedono alle donne di non “eccitarli”, di mantenere il “decoro” e la “modestia” usando di fatto i loro genitali, o lo scarso controllo che hanno su di essi, come alibi per costringerci ad interiorizzare la nostra sessualità, la nostra bellezza, la nostra forza, la nostra intelligenza, come dannose per l’insieme della società.

Non si tratta evidentemente di una questione legata alla religione, si tratta invece di una questione legata al testosterone. Il guaio è che, non so come e non so quando, proprio partire da questa falsa questione le donne hanno abdicato alla loro capacità di influire sul destino assegnato loro, non da una sorte avversa ma da un’appropriazione indebita delle attribuzioni sociali.

Perché è oggettivamente colpa nostra.

Siamo riuscite a dimenticare il percorso duro di lotte e delusioni che noi, tutte noi, abbiamo compiuto negli anni. La fatica per conquistare quello che era garantito da un paio di testicoli (che spesso non coincidono con le “palle”) ce lo siamo dovuto letteralmente sanguinare, abbiamo pagato con la vita, la nostra e quella di altre, per poter dire che noi avevamo il diritto di avere dei diritti, e che quando si parlava di diritti dell’uomo, non si intendeva esattamente “dell’uomo bianco, dai 30 ai 50, cristiano (o musulmano, dipende dalla latitudine), eterosessuale, completamente “abile”.” No, si parlava di uomo in senso lato.

A volte mi ritrovo a sperare che qualcuna di noi ricordi che centinaia di donne sono state arrestate, torturate, nutrite a forza, uccise, linciate, bruciate sui roghi, violentate, licenziate: ci hanno fatto di tutto, per secoli. E spero che ognuna di quelle donne conti nel nostro CV politico, nel CV politico delle generazioni di donne - che grazie a quei sacrifici - oggi occupano un posto diverso nella società, che hanno gli strumenti cognitivi, intellettuali e politici per abbattere le ultime o le ulteriori barriere che si ergono tra noi e la partecipazione attiva totale delle donne nel governo della cosa pubblica e nella determinazione delle scelte che coinvolgono l’insieme della società.

Ma quello che io mi sento di affermare è che, così come per Popper vi è asimmetria fra verificabilità e falsificabilità, per me vi è asimmetria nella coscienza sindacale di gruppo fra maschi e femmine. Ed è sulle relazioni sessuali, o su come abbiamo consentito che si sviluppassero, che tutto questo si gioca. E forse è proprio nell’applicazione dello stesso genere di strategia del rimorchio ai rapporti politici che potremmo, come si dice qui a Roma, svortare.

Diamo come postulato di partenza che fare sesso sia piacevole per entrambi i sessi. Ora, se fosse piacevole per entrambi, perché non si riesce ad addivenire ad un agevole scambio reciproco, bensì tocca agli uomini sbavare dietro “l'osso”?

Supponiamo che il Beppe e il Gennaro fossero due accaniti giocatori di scacchi. Supponiamo che giocare a scacchi fosse piacevole per entrambi. Bene, si metterebbero d'accordo e giocherebbero, no? “Ciao Gennaro, ti va una partita stasera? Non posso Beppe… Ok, facciamo domani pomeriggio allora? La porto io la scacchiera?” e così via.

Non è che le cose invece vadano così: "Ti prego, Gennariello mio, ti supplico, ti passo a prendere con la macchina nuova, ti porto in quel ristorante che ti piace tanto, ti offro un mazzo di rose rosse, ti regalo un collier d'oro, ti prometto persino che sarai il mio solo ed unico avversario per tutta la vita, ma ti scongiuro facciamola 'sta partita. O almeno fammi toccare la regina o vedere le torri!".

Allora viene da chiedersi: perché? Perché non li corteggiamo noi per far loro tirare fuori l'alfiere?

La mia ipotesi è che nella stessa maniera in cui noi falliamo a solidarizzare con le altre donne, in termini di potere, i maschietti manchino invece di spirito di gruppo dal punto di vista del sesso condiviso: lo vivono come una competizione che si vince sui grandi numeri. Qualsiasi cozza gliela sbatta davanti al naso, sono subito disponibili. Ma che dico sotto al naso, basta che si lasci loro intravedere una remota possibilità e ci si fiondano come lemming. Se poi proprio si tratta della cuggina grassa e pelosa di Giuliano Ferrara o della Dacia Valent, chiudono gli occhi e pensano di stare con la Ferilli.

E allora, in questo mare di concorrenza che fare? Ci si adatta, no? Si va al compromesso.


Quindi, da una parte, ben vengano i malinconici cavalieri che mentre ti tengono la manina tentano tenacemente di troncartelo nel culo, ben vengano anche quelli che confondono l'intellettuale con uno che riesce a pensare a qualcosa che non sia la figa per più di 10 minuti consecutivi, e ben vengano – purtroppo - (e dall'altra parte) quelle che votano uomo anche se sanno benissimo che non si faranno alcuno scrupolo, questi donatori di sperma compulsivi, di mandare i nostri figli ad uccidere il figlio di un’altra donna, di parcellizzare le nostre patonze, di lottizzare i nostri uteri.

Ai più smaliziati di voi non sarà sfuggito che si tratta di un tipico Equilibrio di Nash non pareto-efficiente, ossia, più volgarmente, di un dilemma del prigioniero, anche se si potrebbe intravedere una differenza sostanziale. Mentre nel dilemma del prigioniero le posizioni sono equivalenti, e quindi la scelta migliore è quella della collaborazione, in questo caso uno dei due prigionieri non rischia niente, e quindi la sua scelta di non confessare deve essere dettata da altri fattori. Ad esempio dalla speranza di una ulteriore ricompensa (macchina, fiori, gioielli), dal senso di riconoscimento di un'anima affine o dall'amore per l'altro prigioniero.

Mi convinco che il denominatore comune degli uomini è quello del “che noia, me la da...” o l’altro del “Non me la da???? Dio come mi tira!”. Insomma, diciamolo chiaramente: siamo governati, noi tutte e tutti, da un gruppo sociale per il quale esiste un intero capitolo in tutti i codici penali e religiosi a loro dedicato in esclusiva, nel quale si puniscono la violenza sessuale contro le donne e i minori, che piscia per strada senza problemi, che si mette a posto il pacco in pubblico, che paga persone per chiavare, salvo poi, questi autonominatisi archetipi sociali, pontificare sulla nostra “intollerabile pretesa” di avere il controllo del nostro corpo. Controllassero il loro, perdio.

Sono convinta che gli uomini siano persuasi che è senz'altro più facile trovare altri uomini che la pensano così piuttosto che donne. E che quando le donne decidono di aprire il parco giochi per un qualche “cliente” - fisso o di passaggio - che spesso non tornerà più perché è già un affezionato fruitore di un'altra Figaland o Figaworld, sia una pessima politica aziendale. Perché sono sicuri che la nostra voglia di cazzo sia un po' più cerebrale della loro voglia di figa... Non dico più nobile... Solo un po' più complessa...

Provo ad esemplificare: se a un omino una lo "arrazza" magari la prenderebbe, la metterebbe a 90° sul bancone del bar e le sfonderebbe i collant senza neanche chiederle come si chiama o limonarla... E finita la scopata subentrerebbe la fase di "cartonamento" anche detta del "sedile ejettabile"... Vorrebbe cioè tirarle un cartone e/o catapultarla fuori e andare subito a farsi una birra con gli amici, ai quali raccontare - esagerandola, naturalmente - la loro performance, mentre lei si sarebbe probabilmente tramutata una cucciolotta tutta fusa e coccole, in pole position per cucirsi il corredo a lume di candela e senza occhiali.

Molte donne, invece, potrebbero non avere niente in contrario a farsi scopare sul bancone di un bar, con collant e tutto, ma magari non da quello li, non quella sera o non in quel bar (o, visto che ci siamo, non con quei collant). Non perché sono cerebrali, ma perché semplicemente i loro tempi possono non essere compatibili coi suoi. Solo che hanno dimenticato come si fa.


Mi sembra davvero grande come presunzione credere che solo perché "loro" hanno voglia allora anche l'oggetto del loro desiderio dovrebbe averne, che se non l'avesse potrebbe essere convinta di averla o se l’avesse potrebbe essere convinta a reprimerla. Queste a casa mia si chiamano bambole gonfiabili.

La questione, traslata ad un macrocosmo più geopolitico e meno genitale è più o meno quello di una guerra guerreggiata, dove di fronte al rifiuto di un paese Y - ancorché pieno di qualità eccitanti - di sottostare ad un certo tipo di rapporto o di soddisfare un certo tipo di voglia del paese X, viene imposta comunque la consumazione, incuranti del suo consenso o del biasimo sociale: nella stessa maniera in cui la donna aveva la minigonna, il paese Y voleva sviluppare il nucleare civile. E questo a casa mia si chiama stupro.

Se noi usassimo queste informazioni, facilmente reperibili in ogni camera da letto, probabilmente riusciremmo a gestire meglio il potere, trasferendolo dai budoir alle sale dei consigli d’amministrazione, aule parlamentari e consigli dei ministri.

A prescindere, lo ripeto, dal Dio in cui crediamo, perché è piuttosto deprimente fantasticarci come libere etére ma in realtà essere delle battone, o immaginarci come odalische da harem ma in realtà essere delle eunuche.

Detto questo, sono anni che sogno qualcuno che mi rivolti a 90° e mi sfondi il collant col cazzo, ma non uno qualunque (che in italiano scolastico si chiama violentatore). Cerco un uomo che mi piaccia, che sappia farmi godere, che capisca al volo quando ho voglia di farmi ribaltare e quando ho voglia di coccole, e che dopo avermi soddisfatto si cavi dai coglioni alla svelta, non mi rompa per vederci di nuovo, sia disponibile la prossima volta che ne ho voglia io e paghi il conto al ristorante. Se lo trovate io sono qui. Megera ma romantica.


Dacia Valent

falecius ha detto...

la Valent colpisce ancora :)Dovrò chiederle un corso accelerato di corteggiamento prima o poi.

Io non ho esperienza diretta dell'anarchia a letto; sperimenterei voelntieri (volontarie? no, nessuna? vabbé io ci ho provato).
Per me l'anarchia è qualcosa di più profondo, e come la tenutaria di questo b..log sa bene, cerebral-spirituale. Mi fa piacere i mugolii del lato della camera degli sposini confermino l'Ideale :)

elisa ha detto...

assolutamente condivisibile al 100%
straquoto Dacia

orso ha detto...

anni che frequento anarchici e mai avevo sentito un esempio del genere che possa spiegare l'anarchia...che comunque apprezzo, davvero...
certo, ci limitiamo solo a quest'esempio (chissà che difetti avrà il lui), ma può anche bastare....per ora ;-)
un grazie quindi a Luana
e un grazie a Cloro....
NE' SERVI NE' PADRONI
NE' DIO NE' STATO...
saluti libertari
orso