venerdì, dicembre 22, 2006

Nessuna solidarietà con i giornalisti.



Si danno da fare, i giornalisti, attraverso i canali privilegiati che hanno, per divulgare la loro nobile causa. Per far sapere che le loro condizioni non sono neppure prese in considerazione.
Che gli editori non vogliono mollare su certe iniquità che caratterizzano i rapporti di lavoro che instaurano con questi importanti “funzionari” di democrazia, quali sono gli imbrattacarte e i teleimbonitori che quotidianamente popolano la nostra voglia di informarci sul mondo.

Ebbene io dico: per quello che è oggi l’informazione di massa che viene spacciata per “verità”: nessuna solidarietà con gli imbrattacarte.
Come dice Lameduck: I servizi televisivi servono solo per informare sul gossip. Sulle abitudini vacanziere degli italiani o sul trend degli acquisti natalizii.

Nessuna notizia sul popolo libanese in piazza da giorni per l’autodeterminazione. Nessuna notizia sulle condizione del popolo palestinese, nonostante i nostri politici si stiano colpevolmente schierando contro la loro causa.
Persino la “notizia del giorno”, l’atto né eroico né politico,ma professionale, del medico che ha spento la macchina a Welby, sedandolo perbene prima di far sì che morisse soffocato, è accompagnata dalle giuste e legittime considerazioni sull’atteggiamento dei politici italiani, che riducendo gli ospedali ad aziende, han provocato la morte di numerosissime persone (per parto, per appendicite, per infarti non prontamente diagnosticati) ma ora, nel caso di Welby , viene dato amplissimo spazio alle loro discutibili opinioni, per provocare un dibattito “morale” che poco ha a che vedere con le decisioni che incidono sul grosso della popolazione e che sembrano “sparite” nell’oblio delle coscienze, ormai tutte portate, da una stampa malpagata ma serva, a interrogarsi su Welby e sul suo medico, se debba essere o meno giudicato per quello che ha fatto.

Nessuna solidarietà con gli imbrattacarte fedeli ad ogni regime, sodali di ogni bandiera vincitrice, per i quali "informare" ha lo stesso significato che ha, per un cagnolino ben addestrato, portare, stretto tra i denti, il giornale al padrone. Nessuna solidarietà a chi lavora per “questo” sistema di informazione. Teso a letargizzare le menti e costruire miti di carta per gonzi inabili al pensiero. Nessuna scusante per questa gentaglia, che, in una società come la nostra, avrebbe una responsabilità enorme ed un compito immenso ed invece si vende (a poco) al miglior offerente: ha mezzi per parlare quando gli toccano il portafoglio e si lamenta, quando gli editori pretendono di pagarli quello che valgono (cioè un nulla per cui uno stipendio da operaio sarebbe già troppo, ma davvero troppo) . Poiché la loro dignità se la sono già venduta e vale molto meno di quello che hanno già.

5 commenti:

lavalanga ha detto...

Beh, guarda, se c'è uno sciopero che mi lascia completamente fredda è proprio quello dei giornalisti anzi, quando li sento vaneggiare di limitazione alla libertà di informazione mi fanno proprio schifo!

Luciano ha detto...

ho utilizzato il tuo post nel mio
se non ci sono problemi ok
nel caso contrario mi fai un commento nel post del mio blog in maniera che so come comportarmi eventualmente altrimenti? grazie

Simone Ramella ha detto...

Ho letto solo ora il tuo post sullo sciopero dei giornalisti e in questo caso non sono d'accordo con te. Capisco le critiche al mondo della (dis)informazione, ma attaccando lo sciopero fai soltanto il gioco di chi vorrebbe che le redazioni di giornali e televisioni fossero ancora più imbottite di "imbrattacarte e teleimbonitori". Se i servizi televisivi servono solo per informare sul gossip, sulle abitudini vacanziere degli italiani o sul trend degli acquisti natalizii (e purtroppo spesso è vero), la colpa infatti è anche di quelle che tu liquidi troppo sbrigativamente come "iniquità che caratterizzano i rapporti di lavoro" dei giornalisti, che non sono solo i vari Vespa, Mentana, Fede, Ferrara o Rossella.

cloroalclero ha detto...

x Simone. Hai ragione, il mio articolo in effetti opera troppa generalizzazione, senza conoscere i termini della contesa sindacale.
Era piu' che altro (come tutte le cazzate che scrivo su questo blog) uno sfogo contro le facce come il culo che compaiono in tv e che ci dicono che ne andrebbe della libertà di informazione, che in italia ci siamo da tempo giocati. Forse sarebbe stato interessante riflettere sulle condizioni di lavoro che portano della gente che sa scrivere e lo fa bene, a trasformarsi in servi. Però, e lo dico a mio discapito, magari uno sciopero poteva esser più efficacemente pubblicizzato e chiarito rispetto agli intenti generali della professione e agli interessi particolari che si andavano a difendere.
Ciao

Simone Ramella ha detto...

Se fosse vero che scrivi cazzate sul blog non mi sarei nemmeno preso la briga di scriverti come la pensavo a proposito dello sciopero dei giornalisti. Oggi, tra l'altro, ripensando al mio commento di ieri mi sono sentito un po' in imbarazzo, visto quello che è successo dopo la pubblicazione della lettera della moglie di Berlusconi su Repubblica (un caso che meriterebbe l'attenzione di un terapeuta di coppia piuttosto che quella di tutta la stampa nazionale). Sono queste le vere cazzate ed è deprimente constatare quanto spazio sottraggono alle notizie vere, anche e soprattutto su quelle che vengono definite "testate autorevoli". Tornando allo sciopero, penso anch'io che il suo significato sia sfuggito a molti. E aggiungo che la protesta riguardava solo una parte di quelli che considero i problemi dell'informazione in Italia, a partire dalle modalità di accesso alla professione. E' vero, infatti, che molti di quelli che sanno scrivere si trasformano in servi, ma è altrettanto vero che molti altri che sanno scrivere altrettanto bene e non sono disposti a trasformarsi in servi spesso per campare sono costretti a cambiare mestiere o ad accontentarsi di scrivere per testate meno "autorevoli" (o su un blog). Quest'estate, dopo aver letto un post di Beppe Grillo dedicato alla categoria, sul mio sito avevo per esempio fatto notare che in Italia il mercato del lavoro nel giornalismo è inesistente, visto che tutto passa per conoscenze personali, clientelismo o parentele importanti. Lo considero un fenomeno deprimente, ma ancora più allarmante è il fatto che non se ne parli quasi mai perché lo si dà per scontato. Per esperienza diretta, poi, so che, per quanto un giornalista possa essere animato da buone intenzioni e onestà intellettuale, all'interno di una redazione non è sempre facile riuscire a imporsi e a farle pesare. Chiudo questo lungo commento (scusa la prolissità) con la segnalazione di un video (o anche solo dell'audio) dell'intervento all'ultimo seminario Redattore Sociale dell'ex segretario dell'Usigrai, Roberto Natale, dedicato proprio allo sciopero dei giornalisti. Ciao e grazie per l'ospitalità.